Il progetto prende forma durante la pandemia, quando la possibilità che il virus potesse raggiungere la fauna selvatica apriva scenari incerti.
Alcuni scienziati temevano che il salto di specie inverso potesse favorirne la circolazione al di fuori dei sistemi di sorveglianza, anche tramite superfici e rifiuti, aumentando il rischio di comparsa di nuove varianti.
In quei mesi, nei boschi, le mascherine abbandonate diventavano segni di una presenza invisibile: indizi di come i nostri gesti potessero oltrepassare il confine umano. Un disturbo attraversa l’ecosistema e lo distorce: gli animali diventano spettri, veicoli inconsapevoli.
La visione delle fototrappole è fredda, come se il bosco fosse osservato da un’intelligenza instabile.
È un’indagine allegorica sul rischio ecologico che si muove fuori campo, un invito a guardare dove si nascondono le conseguenze delle nostre azioni e le storie che preferiamo non vedere.

Oggi, alla luce dei dati sui cervi americani come serbatoi di SARS-CoV-2, il progetto si rivela una riflessione precoce su una vulnerabilità biologica e simbolica che continua a interrogare il nostro rapporto con la natura.


